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Ronan Bouroullec E-mail
Lunedì 07 Settembre 2009 15:42

Ronan Bouroullec

Intervista a cura di Federica Dal Falco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è la situazione del design oggi in Francia? Quali opportunità vengono offerte ai giovani designer emergenti?

La situazione è difficile e delicata. L’organizzazione del lavoro è molto complessa, è un sistema articolato composto da molte cose e da ruoli diversi. Non saprei dire che cos’è il design oggi in Francia, non ho una conoscenza precisa dello scenario attuale. Per quanto riguarda le scuole di design francesi direi che sono corrette, ma certo non straordinarie. Anche in Italia mi sembra che ci siano troppi studenti, troppe scuole. Sono convinto che la formazione nell’area del design sia fondamentale e sia necessario concentrare gli insegnamenti e lavorare per la qualità. Credo che le scuole debbano assolutamente recepire le grandi trasformazioni in atto e adeguare la didattica.

 

Il design francese contemporaneo ha un’identità specifica? Quali sono le sue caratteristiche?

Non credo che oggi esista questo tipo di identificazione. Se considero la mia situazione personale mi sento più vicino all’inglese Jasper Morrison che a Jean Marie Massaud. Penso che oggi le correnti o i gruppi che hanno un pensiero comune o delle affinità stilistiche siano transnazionali. Il lavoro e le persone non sono identificabili a seconda della regione o della nazione.


R&E Bouroullec, credits: ©Morgane Le Gall 

Esistono in Francia « espace-laboratoire » comme la Gallerie Kréo che oltre ad ospitare eventi di rilievo offre l’opportunità a designer di talento di creare pièces en éditions limitée?

Esiste qualche galleria che offre questo tipo di opportunità. Innanzitutto la Gallerie Kréo che amo molto e con cui lavoro permette di creare progetti ad hoc, pezzi di edizione limitata…

Quando si tratta di Laboratori la questione risulta meno interessante perché diventano presto macchine per fare soldi. Per i giovani designers avere un rapporto con una galleria di design è una chance perché all’inizio non è così semplice lavorare per Vitra, Cappellini e la percentuale di industriali che si assumono rischi è veramente minima.

 

La vostra visionarietà progettuale e i vostri oggetti poetici, in cui si ravvisano anche ispirazioni tratte da linguaggi figurativi di altre culture, come il Giappone e il Maghreb, stanno a cavallo tra arte e design. Cosa pensate dell’ibridazione culturale?

Credo che l’ibridazione sia un sintomo della società attuale. E’ strano, ma quando si riflette sul progetto non è mai qualcosa di calcolato o anticipato..E’ più a posteriori… Nello specifico la cultura giapponese ci interessa, ma non nel senso di una conoscenza accademica o filologica quanto per un certo spirito, per la semplicità di cui è permeata. Credo che la nostra attitudine come designer sia molto naif e non di tipo enciclopedico. Come la maggior parte delle persone della nostra generazione, siamo bombardati da un’enorme quantità di immagini che creano una sorta di eco e a un certo punto hanno un’influenza sui processi creativi. Con un paragone potrei dire che analogamente ad un virus che si fissa sull’hard disk, un’immagine si fissa nel cervello e poi, all’improvviso, qualcosa torna in mente e si lega al progetto. Forse l’ibridazione culturale c’è sempre stata ma oggi, con internet, subisce un’accelerazione estrema. Io insegno e noto che di fronte ad un tema, fino a qualche anno fa, gli studenti cominciavano a riflettere, a leggere, a scrivere e, anche se raramente, andavano in biblioteca. Adesso, quando viene assegnato un soggetto vanno subito su Google e trovano tra le tantissime immagini il loro riferimento. Questo mix culturale adesso è la quotidianità… E, quello che si dice, una cultura liquida.

R&E Bouroullec, Clouds, Credits: ©Paul Tahon and R & E Bouroullec 

I nomi e le forme di alcuni vostri prodotti Algues, Rocs, Végétal…sono prelevati dal mondo vegetale. Nell’Art Nouveau il riferimento alle morfologie naturali ha ispirato la ricerca sulla linea curvilinea. In che modo la metafora naturalistica viene elaborata nella vostra ricerca progettuale?

Ci sono casi molto diversi. Per alcuni prodotti si tratta solo di dare loro una denominazione. E’ un’idea di riferimento, è un modo per creare analogie a posteriori.

Nel caso di Algues invece ci siamo ispirati fin dall’inizio ad una costruzione geometrica naturale. Avevamo un obiettivo chiaro: creare una parete che funzionasse un po’ come un albero, con un centro più denso e le estremità dai contorni più trasparenti. Volevamo riuscire a dare quest’impressione e in effetti i moduli, uno accanto all’altro, suggeriscono qualcosa di molto delicato, con un effetto quasi più psicologico.

Nella nostra ricerca le geometrie ricavate da forme vegetali sono di grande importanza. La sedia Végétal è un altro caso anche se è simile ad Algues. La metafora naturalistica è stata utilizzata dal punto di vista strutturale, geometrico e formale. Credo che l’Art Nouveau, anche se questa è solo una lettura sintetica della questione, abbia manipolato i registri della natura più per ragioni formali, al fine di elaborare un forte linguaggio simbolico. Anche a noi interessa usare un certo vocabolario, ma dal punto di vista strutturale.

 

I vostri ultimi prodotti, Facett, Papyrus chair, Clouds; sono sempre più caratterizzati da una ricerca sulla leggerezza, la modularità e la flessibilità, dalla sperimentazione di materiali innovativi accoppiati a materiali tradizionali e sobri. Continuerete a lavorare su questa doppia scelta tecnologica?

Si, sicuramente. Spesso ci viene chiesto quali sono le nostre materie preferite, ma è una questione per me inesistente… Le materie sono come i colori. Esiste una palette e i colori e i toni giusti vengono scelti per quel progetto.

R&E Bouroullec, Credits: ©Morgane Le Gall

Nel corso degli ultimi anni avete creato dei micro-espaces interni dove è stata sperimentata la relizzazione di superfici provvisorie costituite dalla ripetizione di un elemento. Le vostre pareti di Algues, Twigs e Tuiles formano dei nuovi spazi materici, ma soprattutto creano una particolare qualité d’atmosphère. Secondo voi in che maniera può essere definito il rapporto tra le superfici e il contesto che creano?

La risposta è nella domanda. E’ così. Una delle cose che per noi contano di più è la questione dell’atmosfera. E’ ciò che generano le cose che creiamo. Per questo ci interessa lavorare con il tessuto: è basico e semplice…In fondo i tappeti e gli arazzi medievali, che servivano per ripararsi dal freddo, creavano atmosfere analoghe….Forse per via del riscaldamento, l’architettura di questi anni ha dimenticato i tessuti. Ma negli interni il freddo si avverte dal punto di vista della “qualité d’atmosphère”.

 

Tra interior design e architettura, avete interpretato l’archetype de l’abri in un modo molto originale e contemporaneo creando diaframmi fluidi, più mentali che fisici per una nuova intimità fatta di spazi dedicati alla lettura o alla musica. Si può parlare di una sperimentazione che ha come obiettivo la creazione di luoghi per la riflessione e l’introspezione?

La nostra è una ricerca più generale sull’architettura e non è particolarmente dedicata alla meditazione. Non abbiamo un obiettivo specifico e credo che sia la trasversalità a fare la qualità di una proposta. E’ questo che trovo sbagliato nei progetti di design, dedicare il progetto ad ambiti molto specifici, a fini troppo precisi. Credo che il modo di vivere si sia molto evoluto da un secolo a questa parte. C’è molto più dinamismo, si cambia casa con più facilità. C’è meno staticità. E i cambiamenti radicali degli ultimi decenni ci hanno portati a concepire mobili facili da montare e da riconfigurare in formati diversi.

R&E Bouroullec, Clouds, Credits: ©Paul Tahon and R & E Bouroullec

Come è nata l’idea di realizzare il pattern-abri di Clouds?

E’ una parete fatta di textiles. E’ un sistema che permette di realizzare quello di cui parlavamo prima: una certa “qualità di atmosfera”. Sono pareti opache, interessanti per le loro proprietà fonoassorbenti e per le possibilità che offrono nella separazione degli ambienti. La ricerca che abbiamo sviluppato con clouds segue un percorso quasi opposto rispetto al nostro lavoro precedente legato a geometrie fatte di linee e angoli retti. In Clouds la geometria è assente, le forme sono organiche e l’insieme funziona un po’ come una pianta in un appartamento Il nostro obiettivo è stato di fare un progetto trasversale, un prodotto che poteva essere allestito in grandi quantità, ma anche in un piccolo numero. Si può comporre Clouds anche con pochi elementi, ricreando un’atmosfera che evoca le tappezzerie antiche.

 

Con Clouds si può anche costruire un abri, una sorta di roccaille.

Si è vero. E un’altra cosa che ricorda sono le opere di Pollock

 

Come pensate di orientare le vostre scelte progettuali in relazione all’attuale grave crisi economica?

 

Guardo con inquietudine e preoccupazione, ma anche con molto interesse quello che sta succedendo. Penso che questo reseat sia obbligatorio, molte cose devono essere ripensate, specialmente nel mondo del design. Credo sia fondamentale capire se un progetto è essenziale, perché il design può essere molto autoreferenziale e poco critico. Molti oggetti sono solo dei gadget interessanti dal punto di vista formale. Non basta. Alla fine la questione fondamentale del nostro mestiere è come produrre un oggetto in modo intelligente, ecologico e corretto. Credo che questa crisi marchi l’approccio progettuale del design. E anche se sono ottimista immagino che la transizione sarà complicata. Ciò che è stupefacente è la rapidità con cui stanno cambiando le cose. Per esempio nel settore dell’auto. E’ da molto tempo che si discute sui danni creati all’ambiente dalle macchine. Ma negli ultimi dieci anni c’è stato un vero e proprio turn over del parco automobili e in pochi mesi moltissimi consumatori hanno cambiato la loro vettura. Credo che questo sia un fatto importante, un esempio che può presentarsi in altri settori. E in certi casi il cambiamento potrebbe essere anche molto violento.

R&E Bouroullec, Credits: ©Morgane Le Gall